Racconti
Benvenuti nella sezione "Racconti" de LA PENNA DI CAMILLA. Qui troverete storie cariche di emozione, pensate per un pubblico di ogni età. Unitevi a noi in questo viaggio attraverso le parole, dove la scrittura rende liberi.

RACCONTI
IL PRIMO NATALE
Le regalai il dvd di nascosto per il suo primo Natale in Italia, quando non conosceva neanche l’esistenza di questa festività. Parte della sua vita si era identificata molto in Ebenezer Scrooge: anche lei, in passato, aveva detestato il Natale.
Ricordo ancora quando la vidi per la prima volta, sbirciando dalla finestra della mia cameretta che corrispondeva alla sua: avevamo solo sei anni. Però la sua casa non era bella come la mia.
Arrivarono a Napoli nel mese di giugno e noi due diventammo subito grandi amiche, e così anche le nostre famiglie. Suo padre da tempo era in cerca di lavoro, così il mio si offrì di andare a lavorare nella sua ditta edile.
Ebbe solo tre mesi per abituarsi al nuovo; poi a settembre ci ritrovammo a iniziare il nostro percorso scolastico e, come solo i bambini sanno fare, si ambientò subito e imparò a leggere e scrivere più velocemente di noi. Penso perché il suo vaso della conoscenza era ancora tutto da riempire. I primi tre mesi di scuola andarono molto bene, anche se non capivo perché la mia amica del cuore nell’ora di religione veniva portata via. Arrivò dicembre e si iniziava a respirare un’aria nuova e in noi piccoli c’era una sorta di frenesia, quella che prende tutti i bambini quando si avvicina il Natale.
La prima domenica di dicembre le nostre famiglie decisero di fare un giro in centro e per le strade iniziavano ad apparire i primi luccichii dei negozi e le prime stelle colorate attaccate sui pali della luce. Farah si guardava attorno meravigliata, ma non trovando nessun riscontro nei genitori, tacque, mentre la mia mamma mi incoraggiava a guardare. Il 7 dicembre arrivò in classe, tra le nostre urla festose, un piccolo abete da addobbare e, anche se si sentiva partecipe della nostra gioia, non capiva la presenza di quell’albero. Ricordo che mi chiese ingenuamente: «Perché la maestra ha portato un albero in classe?». Non capii quella domanda, in fondo avevo sei anni anch’io. Tornando a casa raccontai l’accaduto a mia madre, che mi spiegò che nel paese di provenienza della mia amica non veniva festeggiato il Natale. Mi disse che Farah era musulmana, una religione diversa dalla nostra che non credeva nella nascita di Gesù, perciò il 25 dicembre non avevano nulla da festeggiare e che, anche se a noi sembrava assurdo, dovevamo rispettare il loro pensiero senza farla sentire diversa.
Purtroppo quell’anno, come gli anni a venire, Farah venne privata di molte cose. Infatti non partecipò alle recite natalizie, non poteva imparare la poesia da declamare a tavola dopo il pranzo natalizio, ma soprattutto, cosa più grave per me, non poteva scrivere la lettera a Babbo Natale e quindi lui non poteva farle avere il suo regalo. Allora chiesi a mia mamma se potevo scriverla io per domandargli di portare il regalo di Farah a casa nostra e glielo avrei consegnato in tempi non sospetti, lontano dal Natale. Mia madre si prestò al gioco e per quell’anno “Babbo Natale” le portò il dvd del nostro cartone animato preferito e da allora ebbe sempre qualcosa in dono per Natale da parte mia. Solo dopo molto tempo Farah capì il mio gesto.
Il Natale fu solo una delle tante limitazioni che Farah ha dovuto subire e a volte io con lei, per non lasciarla sola. Penso che ci sia stato un periodo della sua vita che abbia odiato il suo credo e io lo ricordo bene. Eravamo adolescenti e si sa che quella è un’età particolare per tutti, ma per lei fu più dura poiché non poteva fare quello che facevano le nostre coetanee e quindi anche io avrei dovuto evitare, ma non ci riuscivo, mi sentivo in colpa verso di lei. Perciò, per solidarietà non mettevo la minigonna, non bevevo alcolici alle feste, mancava solo che mettessi il burka o facessi anche io il Ramadan.
Arrivò per noi la maggiore età, il diploma, poi l’università. Scegliemmo tutte e due Lettere Moderne e andammo a vivere insieme e fu lì che Farah prese la decisione di non essere più musulmana. Aveva diciannove anni e poteva farlo. I genitori, da persone intelligenti, compresero la sua scelta. Iniziò per lei, anzi, per noi, una fase nuova della vita. Sento ancora il sapore della nostra prima birra, ricordo quando sfoggiò la prima acconciatura senza burka, non le sembrava vero.
Arrivò anche quell’anno il Natale e volle comprare per la nostra casa universitaria: un albero gigantesco. Non ricordo quante volte andò in giro per comprare palline e addobbi vari. Sembrava una bimba che scopriva il Natale. Quell’anno fece anche un’altra pazzia: trovai sotto l’albero tredici regali, cioè tutti quelli che non mi aveva fatto da quando eravamo diventate amiche, mi commosse.
Da quell’anno, ancora oggi che siamo due donne adulte, festeggiamo il Natale insieme. Ora Farah è una dolce mamma di due bambini e ogni anno si impegna nel regalare ai suoi figli la gioia natalizia che nella sua infanzia le avevano negato, proprio come il protagonista di Canto di Natale e proprio come lui ha imparato a omaggiarlo.
SENSO DELLA VITA
Stanca. Sì, sono stanca.
La vita ti stanca. La mia vita, a volte, è un macigno troppo grande da portare. La disabilità è una grossa fregatura. Sì, lo so, non è da me questa affermazione e non è da me neanche piangermi addosso.
Non è da me non apprezzare ciò che la vita mi ha regalato e non riconoscere di essere molto fortunata.
Non è da me non pensare che la vita non sia stata generosa.
Non è da me imbruttirmi per ciò che sono sempre stata.
Mi sembra, però, per la prima volta – e forse, per la prima volta riesco a dirlo anche solo a me stessa, la scrittura in questo caso è liberatoria – di sentire un peso. Come quando cammini a lungo. In principio, non senti la stanchezza, poi, quando inizi ad accumulare chilometri senti i passi che si fanno troppo pesanti.
Quei bagagli che portiamo da anni, che consideravamo un dolce peso, diventano fardelli.
Dicono che succeda in vecchiaia quando diventi più saggio e poco tollerante. Mi piace pensare che la mia vita sia stata sempre molto piena al punto tale che ho l’impressione di aver vissuto
molti più anni di quelli che io abbia davvero.
Nel mio caso, le zavorre, sono le troppe parole fuori luogo, troppi pregiudizi, troppi sguardi invadenti. Troppe volte vengo considerata qualcosa di diverso da quello che sono, tanto che, a volte, vorrei essere anonima al mondo. Mi piacerebbe passeggiare per strada senza che nessuno mi guardi, senza che qualche bambino, vedendomi, scoppi in un pianto interrotto.
Sì, sono stanca, la mia mente è stanca.
Non sono stanca di essere disabile, piuttosto delle persone che mi fanno sentire tale.
Sono stanca della gente che vuole chiamare la polizia per abbandono di un disabile davanti a un negozio, mentre sono lì solo perché è il luogo di un appuntamento con un amico.
Sono stanca di essere considerata la figlia di mio marito e di vedere l’espressione di incertezza, a
volte di disgusto, negli occhi di vecchie signore quando scoprono che sono la moglie.
Sono stanca di entrare in pasticceria, di ordinare e di essere invisibile.
Vorrei non sentire, appena sveglia, la voce di un’estranea, la badante, che mi racconta i “cazzi”
suoi. In quei momenti vorrei solo ascoltare il silenzio e mangiare il mio yogurt.
Quei “ciao, come ti chiami?” come se parlassero a una bambina, mentre prima la cosa mi divertiva,
adesso mi infastidisce. Manderei tutti a quel paese.
Vuol dire che sto invecchiando?
Qualche tempo fa pensavo che stare su questa quattro ruote fosse una vocazione e lo è ancora, ma oggi ho deciso di mettermi a nudo ed eccomi qui.
Poi, però, guardo le persone che amo, guardo mio marito Spartaco; guardo mia nipote Clara che
cresce, le sue prime cotte, sento l’amore delle persone vicino e mi dimentico tutto il resto. So che devo sorridere sempre per loro. Ed è proprio quello che mi fa essere la persona serena e allegra che tutti conoscono.
Perciò, per me, il senso della vita è l’amore

LA VITA NELLA NEBBIA
Non so più chi sono e solo a tratti ricordo di essere stato un uomo degno di una vita, se così si può definire. Ho persone attorno che mi mostrano affetto, eppure io non ricordo il loro amore, soprattutto quello della donna piena di rughe che mi sta accanto. Il suo volto scavato dal tempo non mi dice nulla, quello stesso tempo che, credo, abbiamo passato insieme.
Si fa chiamare Lia, dice che non è il suo vero nome, e che è un nomignolo che le ho dato io. Nulla, vuoto. La rivedo vestita da sposa come un lampo, in un tempo indefinito, poi la troppa luce mi offusca.
Passo tutto il giorno con in mano dei giochi che dovrebbero aiutare la mia memoria a rimanere nel mio cervello, che sembra avere come un cestino incorporato che mi cancella ogni mia azione all’istante. Poi, però, mi viene in mente la mia mamma e le parlo. È giovane e bella, gioco con i suoi capelli biondi. Ricordo tutto della mia infanzia, della mia giovinezza, gli scherzi che ci facevamo in caserma, perfino come sono entrato a far parte del regime di Mussolini. Insomma, il passato torna sempre con prepotenza e arroganza. Mi hanno spiegato che si chiama memoria a lungo termine, l’unica che funziona ancora. Poi c’è quella a breve termine, dove non ricordo nemmeno se il mio pasto è un pranzo o una cena.
Confondo la figura severa di mio padre con la mia che, a quanto mi dicono, è stata altrettanto autoritaria. Non sono riuscito a lasciare la vita militare sul campo di battaglia.
Ogni giorno tutti mi raccontano la stessa storia. La storia di un uomo di ottant’anni, sposato da sessanta, padre di tre figli e nonno di cinque nipoti. Non mi ricordo niente di loro.
Spesso nella mia testa vedo delle immagini: di nascite, di battesimi, gente che festeggia, bambini che corrono in campagna, cani che abbaiano... insomma, scene di vita quotidiana che mi scaldano il cuore, però che non mi appartengono.
La storia che mi raccontano è anche quella di un ragazzo che ha passato la sua giovinezza servendo il suo paese. Mi dicono che ho combattuto in una grande guerra e che noi eravamo i cattivi. Sì, io ero il cattivo.
A volte mi fanno vedere delle foto: un ragazzo con una divisa di color grigio, un fucile e un sorriso da ebete. Lo guardo e mi sta sul cazzo.
«Che cavolo hai da sorridere? Hai ucciso con quel fucile. Non c’è nulla da ridere!» gli urlo.
A quel punto, lei, la signora Lia, mi dice che il ragazzo in questione sono io. A quanto pare sono stato un soldato della Seconda Guerra Mondiale e, secondo i miei figli, mi sono guadagnato l’appellativo di eroe. Così sento crescere in me un senso di vergogna e vorrei sparire dalla faccia della terra.
Ma quale eroe? Non ricordo molto, ma i miei sogni mi parlano di un passato che non mi appartiene o, meglio, vorrei non mi appartenesse. Ogni notte rivedo lo stesso film: scene sanguinose di uomini stesi a terra e un uomo che gli punta un’arma. Poi, fortunatamente, mi sveglio, ma bastano due minuti ed è di nuovo vuoto. Tiro un respiro di sollievo, però resta in me un vuoto e un senso di colpa senza un motivo preciso e senza fine.
Ho una malattia chiamata Alzheimer che mi toglie ogni frammento di ricordo, belli e brutti che siano, e questo mi rende vulnerabile. Però, egoisticamente, la malattia è uno stato di grazia perché non mi fa ricordare le molteplici atrocità che ho compiuto.
Proprio nei miei momenti di lucidità spero di ritornare in quelli di buio e ritrovare la pace del cuore.
Per tutti
I nostri racconti sono pensati per un pubblico di ogni età. Che siate giovani o anziani, speriamo che troviate qualcosa di speciale nelle nostre storie. La bellezza della scrittura è che può unire persone diverse attraverso emozioni e pensieri condivisi.

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