Racconti
Benvenuti nella sezione "Racconti" de LA PENNA DI CAMILLA. Qui troverete storie cariche di emozione, pensate per un pubblico di ogni età. Unitevi a noi in questo viaggio attraverso le parole, dove la scrittura rende liberi.

RACCONTI
SECONDO CAPITOLO
Maria non rispose alla mail di Paolo, e questo le costò molta fatica. Il desiderio di comunicare era forte, ma trattenersi fu per lei una vera prova. La mattina seguente, durante la vestizione, ogni gesto sembrava più difficile del solito: il velo sulla testa le pareva gravoso come un elmo, la tunica pesante come un’armatura.
Maria avrebbe voluto scappare nel refettorio, dove si trovava il computer, per rispondere a Paolo, ma sentiva di non poterlo fare. Gli impegni che il velo le imponeva erano molti e la responsabilità che sentiva era grande. In quei momenti, si ricordava di essersi “sposata con Dio”, un amante troppo geloso per poterlo tradire, e questa consapevolezza la frenava dal compiere qualsiasi gesto che potesse essere interpretato come una mancanza di fedeltà.
Nel pomeriggio, la giornata di Maria prese una piega decisamente migliore. Immersa nella vivace compagnia dei bambini dell’oratorio, riuscì finalmente a distrarsi dalle sue preoccupazioni e dai pensieri che la tormentavano. L’energia e la spontaneità dei piccoli la coinvolsero pienamente, tanto che il tempo sembrò scorrere più veloce e, senza accorgersene, si ritrovò fino a tardo pomeriggio a giocare e a occuparsi di loro.
Fu in quel momento che arrivò un papà a prendere la propria bambina. La presenza di quell’uomo la colpì immediatamente: aveva capelli castani, occhi verdi e un fisico atletico che non poteva passare inosservato. Per la prima volta dopo tanto tempo, Maria si sorprese a osservare un uomo come tale, lasciando che la fantasia le scivolasse addosso, quasi senza volerlo. Si accorse che qualcosa dentro di lei stava cambiando, che una curiosità nuova e inattesa si stava facendo strada nel suo cuore.
Mentre si lasciava trasportare da questi pensieri maliziosi, venne improvvisamente richiamata alla realtà da un piccolo tocco sulla parte inferiore della tunica: era uno dei bambini, un piccolo ometto, che con la sua innocenza la riportò subito al presente e ai suoi compiti quotidiani
«Suor Maria, mi scappa la pipì», le disse, stringendosi la parte centrale dei pantaloni con evidente fretta
«Certo, andiamo, non vorrei mica fartela addosso!», e si affrettò ad accompagnarlo, salutando rapidamente il papà di Roberto allontanarsi con suo figlio.
Durante questo breve tragitto, Maria si ritrovò a riflettere sul modo in cui aveva osservato quell’uomo: quel semplice sguardo l’aveva turbata, facendole sorgere domande profonde sulla propria vita. Forse era arrivato il momento di interrogarsi seriamente, forse stava vivendo una vita che non le apparteneva più.
Nel frattempo, Paolo trascorse l’intera giornata senza ricevere risposte da Maria. Questo silenzio lo afflisse profondamente, tanto da pensare di inviarle un’altra mail, ma decise che sarebbe stato inopportuno.
I giorni passarono nella più assoluta quotidianità; ogni volta che Paolo controllava la posta elettronica, rimaneva deluso, mentre Maria, dal canto suo, non rispondeva più.
Dopo giorni di attesa senza ricevere alcuna reazione da parte di Paolo, Maria si convinse che quanto era accaduto non era altro che una prova inviatale dal Signore, una sfida che lei non era riuscita a superare. Questo pensiero, seppur doloroso, la aiutò piano piano a rimettere ordine tra i suoi sentimenti e ad accettare la situazione con maggiore serenità.
I pensieri si rincorrevano nella sua mente, e Paolo era al centro di essi.
Maria avrebbe voluto scappare nel refettorio, dove si trovava il computer, per rispondere a Paolo, ma sentiva di non poterlo fare. Gli impegni che il velo le imponeva erano molti e la responsabilità che sentiva era grande. In quei momenti, si ricordava di essersi “sposata con Dio”, un amante troppo geloso per poterlo tradire, e questa consapevolezza la frenava dal compiere qualsiasi gesto che potesse essere interpretato come una mancanza di fedeltà.
Nel pomeriggio, la giornata di Maria prese una piega decisamente migliore. Immersa nella vivace compagnia dei bambini dell’oratorio, riuscì finalmente a distrarsi dalle sue preoccupazioni e dai pensieri che la tormentavano. L’energia e la spontaneità dei piccoli la coinvolsero pienamente, tanto che il tempo sembrò scorrere più veloce e, senza accorgersene, si ritrovò fino a tardo pomeriggio a giocare e a occuparsi di loro.
Fu in quel momento che arrivò un papà a prendere la propria bambina. La presenza di quell’uomo la colpì immediatamente: aveva capelli castani, occhi verdi e un fisico atletico che non poteva passare inosservato. Per la prima volta dopo tanto tempo, Maria si sorprese a osservare un uomo come tale, lasciando che la fantasia le scivolasse addosso, quasi senza volerlo. Si accorse che qualcosa dentro di lei stava cambiando, che una curiosità nuova e inattesa si stava facendo strada nel suo cuore.
Mentre si lasciava trasportare da questi pensieri maliziosi, venne improvvisamente richiamata alla realtà da un piccolo tocco sulla parte inferiore della tunica: era uno dei bambini, un piccolo ometto, che con la sua innocenza la riportò subito al presente e ai suoi compiti quotidiani
«Suor Maria, mi scappa la pipì», le disse, stringendosi la parte centrale dei pantaloni con evidente fretta
«Certo, andiamo, non vorrei mica fartela addosso!», e si affrettò ad accompagnarlo, salutando rapidamente il papà di Roberto allontanarsi con suo figlio.
Durante questo breve tragitto, Maria si ritrovò a riflettere sul modo in cui aveva osservato quell’uomo: quel semplice sguardo l’aveva turbata, facendole sorgere domande profonde sulla propria vita. Forse era arrivato il momento di interrogarsi seriamente, forse stava vivendo una vita che non le apparteneva più.
Nel frattempo, Paolo trascorse l’intera giornata senza ricevere risposte da Maria. Questo silenzio lo afflisse profondamente, tanto da pensare di inviarle un’altra mail, ma decise che sarebbe stato inopportuno.
I giorni passarono nella più assoluta quotidianità; ogni volta che Paolo controllava la posta elettronica, rimaneva deluso, mentre Maria, dal canto suo, non rispondeva più.
Dopo giorni di attesa senza ricevere alcuna reazione da parte di Paolo, Maria si convinse che quanto era accaduto non era altro che una prova inviatale dal Signore, una sfida che lei non era riuscita a superare. Questo pensiero, seppur doloroso, la aiutò piano piano a rimettere ordine tra i suoi sentimenti e ad accettare la situazione con maggiore serenità.
Passarono i mesi e, durante una giornata primaverile, il convento ricevette la visita del vescovo. Osservando gli ampi spazi inutilizzati del monastero, egli propose alla Madre Superiora di destinare un’ala della struttura all’accoglienza delle ragazze madri. L’idea fu accolta con entusiasmo da tutte le sorelle della comunità, compresa Maria, che nel frattempo aveva ritrovato una certa serenità rispetto ai sentimenti e alle emozioni che l’avevano turbata nei mesi precedenti.
Paolo, nel frattempo, aveva conosciuto Carlotta. Il loro incontro era avvenuto durante una cena di lavoro e, sin da subito, tra i due era nata una forte attrazione fisica. Questa connessione, intensa e spontanea, lasciava presagire che, col tempo, avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di più profondo: forse amore. Nonostante la nuova esperienza sentimentale con Carlotta, Paolo non riusciva a scrollarsi di dosso un’abitudine radicata: ogni sera, si ritrovava a controllare la posta elettronica, coltivando ancora la speranza di ricevere una risposta da Maria o da Alice.
La questione dei due nomi, Maria e Alice, continuava a sembrargli insolita. Forse, proprio questa ambiguità aveva contribuito alla fine della loro storia, facendogli credere che fosse la soluzione più giusta. Eppure, nonostante tutto, Paolo non riusciva a smettere di sperare. Una parte di lui rimaneva legata al passato, desiderosa di una risposta che, per quanto improbabile, avrebbe potuto dare un senso diverso alla sua vita.
Il tempo passa e senza chiederti il permesso fa il suo gioco. Era un pomeriggio di luglio, reso ancora più pesante dall’afa che avvolgeva il convento. La Madre Superiora, con la consueta fermezza, chiamò suor Maria nel suo ufficio. Dopo averle illustrato la nuova iniziativa ispirata dalla visita del vescovo – destinare un’ala del monastero all’accoglienza delle ragazze madri – le affidò un compito ben preciso: occuparsi di acquistare i mobili necessari per arredare le camerette che avrebbero ospitato le giovani mamme con i loro bambini.
Mentre ascoltava le istruzioni e prendeva mentalmente nota delle esigenze pratiche da soddisfare, suor Maria sentì dentro di sé accendersi una sorta di scintilla, un’idea improvvisa e chiara: avrebbe potuto rivolgersi a Paolo. Quella intuizione, semplice ma risolutiva, le parve subito la scelta più naturale, quasi una risposta alle sue recenti riflessioni e agli interrogativi che l’avevano accompagnata nei mesi precedenti.
Maria, profondamente turbata ma determinata a scoprire la verità, non perse tempo. Si sedette al computer, sentendosi emozionata, e iniziò a scrivere un messaggio che avrebbe finalmente chiarito la situazione.
"Ciao Paolo, come stai? Sono Maria, mi servirebbe un preventivo per tre camerette per bambini. Poiché ancora non so se saranno maschietti o femminucce, preferirei optare per un colore neutro. Come possiamo organizzarci?"
"Aspetto tue notizie.
Maria.
Era il lunedì mattina dell’ultima settimana di lavoro prima delle tanto attese ferie e Paolo si sentiva attraversato da una strana euforia, diversa da quella che normalmente accompagna la prospettiva del riposo. Aveva prenotato una vacanza in Sardegna con Carlotta, la compagna conosciuta solo qualche mese prima, e già si immaginava immerso nel tepore del sole estivo, sulla spiaggia, col sapore del sale a bruciargli la pelle. Ma, soprattutto, non poteva fare a meno di pensare alla pelle di Carlotta, a quella complicità fatta di sguardi e risate che li aveva avvicinati così rapidamente.
Eppure, quando si trovava a presentarla agli altri, Paolo si ostinava a chiamarla “amica”. Era strano, soprattutto per uno che, fino a poco tempo prima, dichiarava apertamente il desiderio di trovare una donna da amare. Ora che sembrava aver incontrato qualcuno che poteva rappresentare proprio quel sentimento, sentiva invece una certa riluttanza a lasciarsi davvero andare, come se un piccolo freno interno lo trattenesse dal compiere il passo successivo. Cosa significava questa esitazione? Forse, proprio quella mattina, avrebbe cominciato a comprenderlo davvero.
Aprendo la posta elettronica, Paolo fu colto di sorpresa da un’emozione improvvisa. Il cuore prese a battergli più forte: tra le varie mail, spiccava il nome di Maria. Per un attimo rimase incredulo, come se la realtà avesse superato ogni sua aspettativa. In quelle poche righe c’era la possibilità concreta di incontrarla di nuovo, e questa consapevolezza fece esplodere in lui una tempesta di emozioni confuse. Avrebbe voluto chiederle mille cose, capire i motivi del suo silenzio, dare voce a tutti i dubbi e i pensieri rimasti sospesi nei mesi precedenti.
Ma poi si fece forza, riprese il controllo sulle proprie emozioni e si rese conto che l’occasione era troppo preziosa per lasciarsela sfuggire. Doveva agire subito, organizzare un incontro, trovare il modo di rivederla prima della sua imminente partenza per le ferie. Il tempo stringeva e la consapevolezza di dover fare tutto in pochi giorni lo spinse a risponderle senza alcuna esitazione.
Ciao Maria, io sto bene tu? Per l’acquisto delle camerette dovrei sapere il perimetro e il metro delle stanze. Dovresti mandarmi le foto delle stanze, oppure potrei venire personalmente a prendere le misure. Poi, dovresti venire qui in negozio per la scelta delle camerette. Ti assicuro che ce ne sono di molto carine sia per maschietti sia per femminucce, ma se non conosci ancora il sesso dei tuoi bambini, puoi tranquillamente buttarti sul neutro. C’è solo un fattore limitante: io dalla prossima settimana vado in ferie fino a fine agosto. Perciò, almeno per definire le misure sarà opportuno organizzarci in questi giorni, dipende anche tra quanto prevedi l’arrivo dei tuoi bambini. Ora comprendo il perché della tua sparizione. Ti lascio il numero del mio cellulare: 3896656777. Puoi chiamare quando vuoi. A presto
Quanta voglia di essere smentito in quelle poche righe.
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Secondo Capitolo
Il silenzio di Maria e il peso della scelta
Maria non rispose alla mail di Paolo, e questa decisione le costò molto in termini emotivi. Sentiva un forte desiderio di comunicare, ma trattenersi fu una vera prova per lei. La mattina seguente, ogni gesto della vestizione divenne un’impresa: il velo le sembrava pesantissimo, come un elmo, e la tunica una sorta di armatura che gravava sulle sue spalle.
Il pensiero di correre nel refettorio, dove era custodito il computer, la tentava; avrebbe tanto voluto rispondere a Paolo. Tuttavia, sentiva di non poterselo permettere. Gli impegni che il velo le imponeva erano numerosi, la responsabilità che sentiva sulle proprie spalle era grande. In quei momenti le tornava in mente di essersi “sposata con Dio”, un amante troppo geloso per poter essere tradito, e questa consapevolezza la frenava da ogni gesto che avrebbe potuto sembrare una mancanza di fedeltà.
Un pomeriggio di leggerezza
Nel pomeriggio, la giornata di Maria prese una svolta positiva. Immersa nella vivacità dei bambini dell’oratorio, riuscì finalmente a distrarsi dai tormenti e dalle preoccupazioni che la affliggevano. L’energia e la spontaneità dei piccoli la coinvolsero a tal punto che il tempo sembrò volare, e senza rendersene conto si ritrovò a giocare e badare ai bambini fino a sera.
Fu proprio in quel momento che un papà venne a prendere la propria bambina. La presenza di quell’uomo colpì subito Maria: capelli castani, occhi verdi, un fisico atletico che non passava inosservato. Per la prima volta dopo tanto tempo, Maria si sorprese a osservare un uomo come tale, lasciando che la fantasia si facesse strada quasi suo malgrado. Sentì che dentro di lei stava nascendo una nuova e inattesa curiosità.
Persa nei suoi pensieri, fu riportata alla realtà da un piccolo tocco sulla tunica: era uno dei bambini, che con la sua innocenza la richiamò immediatamente ai suoi doveri quotidiani.
«Suor Maria, mi scappa la pipì», le disse il bambino, stringendosi i pantaloni con urgenza.
«Certo, andiamo, non vorrei mica fartela addosso!», rispose Maria con prontezza, accompagnando il piccolo e salutando rapidamente il papà di Roberto che si allontanava con la figlia.
Durante il breve tragitto, Maria rifletté sullo sguardo che aveva rivolto a quell’uomo: quell’attimo l’aveva turbata, facendole nascere interrogativi più profondi sulla sua vita. Forse era arrivato il momento di porsi delle domande essenziali, forse stava vivendo una vita che non sentiva più del tutto sua.
L’attesa di Paolo e la rassegnazione di Maria
Nel frattempo, Paolo trascorse l’intera giornata in attesa di una risposta da Maria, ma il silenzio lo afflisse profondamente. Pensò perfino di scriverle un’altra mail, ma decise che sarebbe stato inopportuno.
I giorni trascorsero nella più assoluta quotidianità: ogni volta che Paolo controllava la posta elettronica rimaneva deluso, mentre Maria continuava a non rispondere.
Dopo diversi giorni di attesa senza alcuna reazione da parte di Paolo, Maria si convinse che quanto accaduto non era altro che una prova inviatale dal Signore, una sfida che non era riuscita a superare. Questo pensiero, pur doloroso, la aiutò piano piano a fare ordine nei suoi sentimenti e ad accettare la situazione con maggiore serenità.
Tuttavia, i pensieri continuavano a rincorrersi nella sua mente, e Paolo ne era il centro.
Il tempo che passa e nuove opportunità
Passarono i mesi e, durante una giornata primaverile, il convento ricevette la visita del vescovo. Osservando gli ampi spazi inutilizzati del monastero, il vescovo propose alla Madre Superiora di destinare una parte della struttura all’accoglienza delle ragazze madri. L’idea fu accolta con entusiasmo da tutte le sorelle, compresa Maria, che nel frattempo aveva ritrovato una certa serenità rispetto ai sentimenti che l’avevano turbata nei mesi precedenti.
Paolo e la nuova vita
Nel frattempo, Paolo aveva conosciuto Carlotta. Il loro incontro, avvenuto durante una cena di lavoro, era stato subito segnato da una forte attrazione fisica. Questa connessione, intensa e spontanea, lasciava immaginare che, col tempo, potesse trasformarsi in qualcosa di più profondo: forse amore. Tuttavia, Paolo continuava a controllare la posta elettronica ogni sera, nella speranza di ricevere finalmente una risposta da Maria o Alice.
La questione dei due nomi, Maria e Alice, restava per lui un interrogativo sospeso. Forse proprio questa ambiguità aveva portato alla fine della loro storia, convincendolo che fosse la soluzione più giusta. Eppure, una parte di lui rimaneva ancorata al passato, desiderosa di una risposta che, anche se improbabile, avrebbe potuto dare un senso diverso alla sua vita.
Un nuovo contatto
Il tempo, senza chiedere permesso, continuava a seguire il suo corso. Era un pomeriggio afoso di luglio quando la Madre Superiora, con la sua consueta fermezza, chiamò suor Maria nel suo ufficio. Le illustrò la nuova iniziativa ispirata dalla visita del vescovo: destinare un’ala del monastero all’accoglienza delle ragazze madri. Affidò a Maria un incarico preciso: occuparsi dell’acquisto dei mobili per le camerette che avrebbero ospitato le giovani mamme e i loro bambini.
Mentre ascoltava le istruzioni e prendeva mentalmente nota delle necessità pratiche, in Maria si accese improvvisamente una scintilla, un’idea chiara: avrebbe potuto rivolgersi a Paolo. Quell’intuizione, semplice e risolutiva, le sembrò subito la strada più naturale, quasi una risposta agli interrogativi che l’avevano accompagnata nei mesi precedenti.
La decisione di Maria
Scossa ma determinata a fare chiarezza, Maria si sedette al computer, col cuore emozionato, e iniziò a scrivere un messaggio che avrebbe finalmente chiarito la situazione.
"Ciao Paolo, come stai? Sono Maria, mi servirebbe un preventivo per tre camerette per bambini. Poiché ancora non so se saranno maschietti o femminucce, preferirei optare per un colore neutro. Come possiamo organizzarci?"
"Aspetto tue notizie."
"Maria."
La risposta di Paolo
Era il lunedì mattina dell’ultima settimana di lavoro prima delle ferie e Paolo era attraversato da un’insolita euforia. Aveva prenotato una vacanza in Sardegna con Carlotta e già immaginava il sole, la spiaggia, il sale sulla pelle. Ma soprattutto pensava alla complicità con Carlotta, fatta di sguardi e risate.
Eppure, presentandola agli altri, Paolo continuava a chiamarla “amica”: una stranezza, per uno che fino a poco tempo prima dichiarava di voler trovare una donna da amare. Ora che sembrava averla trovata, sentiva un freno interno, una riluttanza inspiegabile. Forse, proprio quella mattina, avrebbe iniziato a comprenderne il motivo.
Aprendo la posta elettronica, Paolo fu colto di sorpresa da una forte emozione: tra le mail spiccava il nome di Maria. In quelle poche righe vedeva la possibilità concreta di incontrarla di nuovo, e questa consapevolezza fece esplodere in lui una tempesta di emozioni. Avrebbe voluto chiederle tante cose, capire il motivo del suo silenzio, dare voce ai pensieri rimasti sospesi.
Poi si fece forza, riprese il controllo delle emozioni e si rese conto che l’occasione era troppo preziosa per lasciarsela sfuggire. Doveva agire subito, organizzare un incontro prima delle ferie imminenti. Il tempo stringeva e la consapevolezza di dover fare tutto in pochi giorni lo spinse a rispondere senza esitazione.
"Ciao Maria, io sto bene tu? Per l’acquisto delle camerette dovrei sapere il perimetro e il metro delle stanze. Dovresti mandarmi le foto delle stanze, oppure potrei venire personalmente a prendere le misure. Poi, dovresti venire qui in negozio per la scelta delle camerette. Ti assicuro che ce ne sono di molto carine sia per maschietti sia per femminucce, ma se non conosci ancora il sesso dei tuoi bambini, puoi tranquillamente buttarti sul neutro. C’è solo un fattore limitante: io dalla prossima settimana vado in ferie fino a fine agosto. Perciò, almeno per definire le misure sarà opportuno organizzarci in questi giorni, dipende anche tra quanto prevedi l’arrivo dei tuoi bambini. Ora comprendo il perché della tua sparizione. Ti lascio il numero del mio cellulare: 3896656777. Puoi chiamare quando vuoi. A presto"
Quanta voglia di essere smentito in quelle poche righe.
PRIMO CAPITOLO
Era notte fonda e Paolo non riusciva a dormire, girandosi da una parte all’altra nel letto, si ricordò di non aver mandato una mail a una cliente per un preventivo che gli era stato richiesto la settimana prima. Si trattava di una cameretta per bambini, così si alzò dal letto e accese il pc e si appestò a scrivere:
Gentile signora Angelone Maria ecco la risposta alla vostra richiesta di preventivo per la cameretta del vostro bambino. Scusate l’orario. Addetto alle vendite del mobilificio “TUTTO ARREDO”.
cordiali saluti Paolo Muti.
Inviò il testo e andò a letto sperando di prendere sonno.
Da anni Paolo si occupava di vendite, una professione che richiedeva precisione e attenzione costante. Eppure, proprio quella notte, stanco e forse distratto dall’orario insolito, Paolo tralasciò quell’aspetto così importante: l’errore nell’indirizzo e-mail. Un dettaglio apparentemente minimo che, in realtà, avrebbe avuto conseguenze inattese.
Non sapeva che in un podere vicino Firenze, quella stessa notte Maria dopo avere adempito alle sue mansioni, si mise al computer e lesse quella strana email.
Intanto, Paolo, la mattina seguente, si trovava in ufficio e, dopo il consueto caffè con i colleghi, come prima cosa si precipitò ad accendere il computer per controllare se la sua cliente avesse ricevuto l’email; trovò nella posta un messaggio dall’aspetto piuttosto strano:
Buongiorno, che Dio la benedica. Spero che stia bene.
Desidero informarla che non ho effettuato alcun ordine di una cameretta per bambini, poiché nella nostra famiglia non ci sono bambini. Le consiglio di bere una tisana rilassante, magari al tiglio, che potrebbe aiutarla a riposare meglio. La saluto cordialmente e Le auguro ogni bene.
Maria.
La prima reazione di Paolo, dopo aver letto l’email, fu una risata spontanea. Dopo essersi ricomposto, inoltrò prontamente il messaggio al destinatario corretto. Successivamente, una combinazione di curiosità e determinazione lo spinse a rispondere personalmente.
Grazie per avermi segnalato l’errore, mi avrebbe causato problemi. Apprezzo la benedizione, anche se non sono credente né cristiano; mi definisco ateo, pur sapendo che ognuno crede in qualcosa. Io credo nell’amore e vorrei trovare una donna da amare per tutta la vita, anche se finora non è successo. Forse sono troppo esigente. Le scrivo queste sensazioni perché sento empatia, anche senza conoscerla. Mi piacerebbe parlare con lei, almeno online, per ora.
Saluti, Paolo.
Quella stessa notte, dopo una lunga giornata di lavoro, Maria con molto stupore accende il computer e trova una nuova email di Paolo, ha un attimo di esitazione, ma poi pensò di rispondere. Fu un gradito buongiorno per Paolo quando la lesse al risveglio.
Caro Paolo, proprio ora leggo la tua mail. Mi dispiace che tu non creda in Dio; io non ci riesco, però trovo bello che tu creda nell’amore. È importante condividere le giornate con un’altra persona. Le auguro di trovarla e di innamorarvi. Per quanto riguarda il poter essere amici, va bene. Possiamo scriverci, anche se non prometto che sarò puntuale nelle risposte.
Comunque anche voi mi ispirate fiducia e perciò vi dico che il mio vero nome è Alice e ho trentadue anni. Ora la devo lasciare perché il lavoro mi chiama.
Vostra amica Maria
Quando spense il computer, si sentì in colpa, pur non avendo fatto nulla di male. Tornò nella sua piccola stanza e iniziò a recitare l'Ave Maria, probabilmente perché percepiva dentro di sé una nuova sensazione che riteneva inopportuna. Maria aveva perso i suoi genitori in un incidente stradale all'età di nove anni. L'unica parente stretta rimasta era una zia che, dopo aver preso i voti, si era dedicata alla vita religiosa, perciò, ventisei anni prima i servizi sociali l’avevano affidata a lei. Di conseguenza crescendo in un convento si sentì quasi in obbligo di abbracciare la vita monasteriale, ma una vocazione vera e propria non l’aveva mai avuta. Insomma, prendere il velo era stato un gesto di riconoscimento verso la zia e tutto l’ordine per come l’avevano accolta e fatta sentire amata, inoltre non aveva conosciuto altre realtà, insomma le mancavano tutte quelle esperienze che servono per diventare grandi e quell’email fu uno spiraglio sul mondo e si disse che, in fondo, non stava facendo nulla di male, però, nonostante se lo ripeteva un minimo di volte, in Maria aleggiava il senso di colpa.
All'alba di un nuovo giorno, dopo una notte agitata, Paolo si svegliò pensando a lei. Sentiva che forse aveva risposto alla sua mail, così andò subito a controllare ed esultò di gioia quando vide l'icona muoversi sullo schermo. Lei aveva accettato di diventare sua amica. Così, Paolo fu pronto a risponderle immediatamente.
Gentile Maria,
ricevere la tua email mi ha dato grande piacere. Spero che tu stia bene. Mi farebbe piacere conoscere qualcosa di più su di te: di cosa ti occupi attualmente? Qual è la tua professione? Ti pongo queste domande perché sono interessato a comprendere meglio la tua storia personale.
Permettimi di presentarmi brevemente. Ho quarantasei anni e riconosco di essere in ritardo rispetto alle consuete tappe della vita. Talvolta mi capita di immaginarti e mi chiedo come siano i tuoi capelli — biondi, castani o magari rossi. Da bambino apprezzavo molto il cartone animato "Anna dai Capelli Rossi" che guardavo spesso insieme a mia sorella Ania, di cinque anni più giovane. Era un modo per trascorrere del tempo insieme. Oggi, purtroppo, ci vediamo raramente poiché Ania vive lontano; è sposata e ha due figli. I bambini mi piacciono molto e desidererei averne almeno uno. Ti chiedo cortesemente se anche tu hai figli o sei sposata — scusami se sono troppo diretto, ma sento una certa vicinanza nei tuoi confronti. Devo ammettere sinceramente che preferirei che tu non fossi già sposata, anche se fatico a spiegare il motivo.
Ti saluto cordialmente e ti invio un affettuoso saluto, se posso permettermelo.
Trascorsero tre giorni prima che Maria potesse leggere l’email; al momento dell’apertura, la sua prima reazione fu di disagio, tanto da considerare di interrompere subito questa nuova amicizia. Tuttavia, dopo aver riletto il messaggio, le subentrò una sensazione di tranquillità, iniziando a sentirsi più serena.
CONTINUA..
IL PRIMO NATALE
Le regalai il dvd di nascosto per il suo primo Natale in Italia, quando non conosceva neanche l’esistenza di questa festività. Parte della sua vita si era identificata molto in Ebenezer Scrooge: anche lei, in passato, aveva detestato il Natale.
Ricordo ancora quando la vidi per la prima volta, sbirciando dalla finestra della mia cameretta che corrispondeva alla sua: avevamo solo sei anni. Però la sua casa non era bella come la mia.
Arrivarono a Napoli nel mese di giugno e noi due diventammo subito grandi amiche, e così anche le nostre famiglie. Suo padre da tempo era in cerca di lavoro, così il mio si offrì di andare a lavorare nella sua ditta edile.
Ebbe solo tre mesi per abituarsi al nuovo; poi a settembre ci ritrovammo a iniziare il nostro percorso scolastico e, come solo i bambini sanno fare, si ambientò subito e imparò a leggere e scrivere più velocemente di noi. Penso perché il suo vaso della conoscenza era ancora tutto da riempire. I primi tre mesi di scuola andarono molto bene, anche se non capivo perché la mia amica del cuore nell’ora di religione veniva portata via. Arrivò dicembre e si iniziava a respirare un’aria nuova e in noi piccoli c’era una sorta di frenesia, quella che prende tutti i bambini quando si avvicina il Natale.
La prima domenica di dicembre le nostre famiglie decisero di fare un giro in centro e per le strade iniziavano ad apparire i primi luccichii dei negozi e le prime stelle colorate attaccate sui pali della luce. Farah si guardava attorno meravigliata, ma non trovando nessun riscontro nei genitori, tacque, mentre la mia mamma mi incoraggiava a guardare. Il 7 dicembre arrivò in classe, tra le nostre urla festose, un piccolo abete da addobbare e, anche se si sentiva partecipe della nostra gioia, non capiva la presenza di quell’albero. Ricordo che mi chiese ingenuamente: «Perché la maestra ha portato un albero in classe?». Non capii quella domanda, in fondo avevo sei anni anch’io. Tornando a casa raccontai l’accaduto a mia madre, che mi spiegò che nel paese di provenienza della mia amica non veniva festeggiato il Natale. Mi disse che Farah era musulmana, una religione diversa dalla nostra che non credeva nella nascita di Gesù, perciò il 25 dicembre non avevano nulla da festeggiare e che, anche se a noi sembrava assurdo, dovevamo rispettare il loro pensiero senza farla sentire diversa.
Purtroppo quell’anno, come gli anni a venire, Farah venne privata di molte cose. Infatti non partecipò alle recite natalizie, non poteva imparare la poesia da declamare a tavola dopo il pranzo natalizio, ma soprattutto, cosa più grave per me, non poteva scrivere la lettera a Babbo Natale e quindi lui non poteva farle avere il suo regalo. Allora chiesi a mia mamma se potevo scriverla io per domandargli di portare il regalo di Farah a casa nostra e glielo avrei consegnato in tempi non sospetti, lontano dal Natale. Mia madre si prestò al gioco e per quell’anno “Babbo Natale” le portò il dvd del nostro cartone animato preferito e da allora ebbe sempre qualcosa in dono per Natale da parte mia. Solo dopo molto tempo Farah capì il mio gesto.
Il Natale fu solo una delle tante limitazioni che Farah ha dovuto subire e a volte io con lei, per non lasciarla sola. Penso che ci sia stato un periodo della sua vita che abbia odiato il suo credo e io lo ricordo bene. Eravamo adolescenti e si sa che quella è un’età particolare per tutti, ma per lei fu più dura poiché non poteva fare quello che facevano le nostre coetanee e quindi anche io avrei dovuto evitare, ma non ci riuscivo, mi sentivo in colpa verso di lei. Perciò, per solidarietà non mettevo la minigonna, non bevevo alcolici alle feste, mancava solo che mettessi il burka o facessi anche io il Ramadan.
Arrivò per noi la maggiore età, il diploma, poi l’università. Scegliemmo tutte e due Lettere Moderne e andammo a vivere insieme e fu lì che Farah prese la decisione di non essere più musulmana. Aveva diciannove anni e poteva farlo. I genitori, da persone intelligenti, compresero la sua scelta. Iniziò per lei, anzi, per noi, una fase nuova della vita. Sento ancora il sapore della nostra prima birra, ricordo quando sfoggiò la prima acconciatura senza burka, non le sembrava vero.
Arrivò anche quell’anno il Natale e volle comprare per la nostra casa universitaria: un albero gigantesco. Non ricordo quante volte andò in giro per comprare palline e addobbi vari. Sembrava una bimba che scopriva il Natale. Quell’anno fece anche un’altra pazzia: trovai sotto l’albero tredici regali, cioè tutti quelli che non mi aveva fatto da quando eravamo diventate amiche, mi commosse.
Da quell’anno, ancora oggi che siamo due donne adulte, festeggiamo il Natale insieme. Ora Farah è una dolce mamma di due bambini e ogni anno si impegna nel regalare ai suoi figli la gioia natalizia che nella sua infanzia le avevano negato, proprio come il protagonista di Canto di Natale e proprio come lui ha imparato a omaggiarlo.
SENSO DELLA VITA
Stanca. Sì, sono stanca.
La vita ti stanca. La mia vita, a volte, è un macigno troppo grande da portare. La disabilità è una grossa fregatura. Sì, lo so, non è da me questa affermazione e non è da me neanche piangermi addosso.
Non è da me non apprezzare ciò che la vita mi ha regalato e non riconoscere di essere molto fortunata.
Non è da me non pensare che la vita non sia stata generosa.
Non è da me imbruttirmi per ciò che sono sempre stata.
Mi sembra, però, per la prima volta – e forse, per la prima volta riesco a dirlo anche solo a me stessa, la scrittura in questo caso è liberatoria – di sentire un peso. Come quando cammini a lungo. In principio, non senti la stanchezza, poi, quando inizi ad accumulare chilometri senti i passi che si fanno troppo pesanti.
Quei bagagli che portiamo da anni, che consideravamo un dolce peso, diventano fardelli.
Dicono che succeda in vecchiaia quando diventi più saggio e poco tollerante. Mi piace pensare che la mia vita sia stata sempre molto piena al punto tale che ho l’impressione di aver vissuto
molti più anni di quelli che io abbia davvero.
Nel mio caso, le zavorre, sono le troppe parole fuori luogo, troppi pregiudizi, troppi sguardi invadenti. Troppe volte vengo considerata qualcosa di diverso da quello che sono, tanto che, a volte, vorrei essere anonima al mondo. Mi piacerebbe passeggiare per strada senza che nessuno mi guardi, senza che qualche bambino, vedendomi, scoppi in un pianto interrotto.
Sì, sono stanca, la mia mente è stanca.
Non sono stanca di essere disabile, piuttosto delle persone che mi fanno sentire tale.
Sono stanca della gente che vuole chiamare la polizia per abbandono di un disabile davanti a un negozio, mentre sono lì solo perché è il luogo di un appuntamento con un amico.
Sono stanca di essere considerata la figlia di mio marito e di vedere l’espressione di incertezza, a
volte di disgusto, negli occhi di vecchie signore quando scoprono che sono la moglie.
Sono stanca di entrare in pasticceria, di ordinare e di essere invisibile.
Vorrei non sentire, appena sveglia, la voce di un’estranea, la badante, che mi racconta i “cazzi”
suoi. In quei momenti vorrei solo ascoltare il silenzio e mangiare il mio yogurt.
Quei “ciao, come ti chiami?” come se parlassero a una bambina, mentre prima la cosa mi divertiva,
adesso mi infastidisce. Manderei tutti a quel paese.
Vuol dire che sto invecchiando?
Qualche tempo fa pensavo che stare su questa quattro ruote fosse una vocazione e lo è ancora, ma oggi ho deciso di mettermi a nudo ed eccomi qui.
Poi, però, guardo le persone che amo, guardo mio marito Spartaco; guardo mia nipote Clara che
cresce, le sue prime cotte, sento l’amore delle persone vicino e mi dimentico tutto il resto. So che devo sorridere sempre per loro. Ed è proprio quello che mi fa essere la persona serena e allegra che tutti conoscono.
Perciò, per me, il senso della vita è l’amore

LA VITA NELLA NEBBIA
Non so più chi sono e solo a tratti ricordo di essere stato un uomo degno di una vita, se così si può definire. Ho persone attorno che mi mostrano affetto, eppure io non ricordo il loro amore, soprattutto quello della donna piena di rughe che mi sta accanto. Il suo volto scavato dal tempo non mi dice nulla, quello stesso tempo che, credo, abbiamo passato insieme.
Si fa chiamare Lia, dice che non è il suo vero nome, e che è un nomignolo che le ho dato io. Nulla, vuoto. La rivedo vestita da sposa come un lampo, in un tempo indefinito, poi la troppa luce mi offusca.
Passo tutto il giorno con in mano dei giochi che dovrebbero aiutare la mia memoria a rimanere nel mio cervello, che sembra avere come un cestino incorporato che mi cancella ogni mia azione all’istante. Poi, però, mi viene in mente la mia mamma e le parlo. È giovane e bella, gioco con i suoi capelli biondi. Ricordo tutto della mia infanzia, della mia giovinezza, gli scherzi che ci facevamo in caserma, perfino come sono entrato a far parte del regime di Mussolini. Insomma, il passato torna sempre con prepotenza e arroganza. Mi hanno spiegato che si chiama memoria a lungo termine, l’unica che funziona ancora. Poi c’è quella a breve termine, dove non ricordo nemmeno se il mio pasto è un pranzo o una cena.
Confondo la figura severa di mio padre con la mia che, a quanto mi dicono, è stata altrettanto autoritaria. Non sono riuscito a lasciare la vita militare sul campo di battaglia.
Ogni giorno tutti mi raccontano la stessa storia. La storia di un uomo di ottant’anni, sposato da sessanta, padre di tre figli e nonno di cinque nipoti. Non mi ricordo niente di loro.
Spesso nella mia testa vedo delle immagini: di nascite, di battesimi, gente che festeggia, bambini che corrono in campagna, cani che abbaiano... insomma, scene di vita quotidiana che mi scaldano il cuore, però che non mi appartengono.
La storia che mi raccontano è anche quella di un ragazzo che ha passato la sua giovinezza servendo il suo paese. Mi dicono che ho combattuto in una grande guerra e che noi eravamo i cattivi. Sì, io ero il cattivo.
A volte mi fanno vedere delle foto: un ragazzo con una divisa di color grigio, un fucile e un sorriso da ebete. Lo guardo e mi sta sul cazzo.
«Che cavolo hai da sorridere? Hai ucciso con quel fucile. Non c’è nulla da ridere!» gli urlo.
A quel punto, lei, la signora Lia, mi dice che il ragazzo in questione sono io. A quanto pare sono stato un soldato della Seconda Guerra Mondiale e, secondo i miei figli, mi sono guadagnato l’appellativo di eroe. Così sento crescere in me un senso di vergogna e vorrei sparire dalla faccia della terra.
Ma quale eroe? Non ricordo molto, ma i miei sogni mi parlano di un passato che non mi appartiene o, meglio, vorrei non mi appartenesse. Ogni notte rivedo lo stesso film: scene sanguinose di uomini stesi a terra e un uomo che gli punta un’arma. Poi, fortunatamente, mi sveglio, ma bastano due minuti ed è di nuovo vuoto. Tiro un respiro di sollievo, però resta in me un vuoto e un senso di colpa senza un motivo preciso e senza fine.
Ho una malattia chiamata Alzheimer che mi toglie ogni frammento di ricordo, belli e brutti che siano, e questo mi rende vulnerabile. Però, egoisticamente, la malattia è uno stato di grazia perché non mi fa ricordare le molteplici atrocità che ho compiuto.
Proprio nei miei momenti di lucidità spero di ritornare in quelli di buio e ritrovare la pace del cuore.
Per tutti
I nostri racconti sono pensati per un pubblico di ogni età. Che siate giovani o anziani, speriamo che troviate qualcosa di speciale nelle nostre storie. La bellezza della scrittura è che può unire persone diverse attraverso emozioni e pensieri condivisi.

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